Inauguriamo questa serie di chiacchierate sullo scrivere.
Come già annunciato, per inaugurare questa serie di articoli riprendiamo il discorso sull’uso della narrazione in terza persona limitata e mettiamo i puntini sulle i prima di passare ad un nuovo argomento.
Ho riletto i paragrafi dei manuali citati a fondo articolo, così da capire come i tre autori vedono l’utilizzo della tpl e poter riferire quelli che mi sono sembrati i punti salienti. In linea generale mi sono trovata d’accordo con le opinioni che hanno espresso, e con mia sorpresa ho scoperto che non erano stati né Scott Card né Frey a trattare più approfonditamente l’argomento che ci interessa, ma
Frey definisce la tpl “l’evoluzione moderna della terza persona onnisciente”, tipica dei romanzi inglesi di stampo vittoriano. In questo tipo di narrazione l’autore sceglie un numero definito di personaggi nella cui testa potrà entrare, attraverso i quali racconterà la sua storia. Fornisce così al lettore il privilegio di una conoscenza più intima, quasi al livello permesso dalla narrazione in prima persona, con più di un personaggio. Nel contempo, non si ha un cambio di punto di vista tanto frequente quanto quello che esiste nella terza persona onnisciente, né i limiti imposti dalla narrazione in prima persona (anche se, mi permetto di dire, niente impedisce ad un autore di raccontare la sua storia in prima persona multipla).
I tre autori sono concordi nel definire il principale vantaggio di una terza persona limitata rispetto a quella onnisciente (o, nel nostro caso, rispetto alla terza persona limitata “sporca”, cioè la narrazione in terza persona limitata che però non rispetta le “regole del cambio del punto di vista”). Tale vantaggio consiste nella maggiore empatia ed intimità che si crea tra lettore e personaggio quando l’autore scrive intere scene o capitoli mantenendo il medesimo punto di vista.
Inoltre, se si utilizza la tpl imponendosi un certo rigore nel cambio del punto di vista, questo forza inevitabilmente l’autore a mostrare più che a dire: per farci sapere come si sentono i personaggi che non stiamo seguendo in quel momento, chi scrive non ha altra scelta che descrivercelo attraverso i loro gesti, le loro parole, il loro tono, le loro espressioni. Questo, secondo il mio modesto parere, obbliga l’autore ad un certo sforzo. Innanzi tutto perché l’essere costretti a mostrare impone una caratterizzazione dei personaggi più profonda, almeno se si vuole evitare un’uniformità allarmante nelle reazioni alle parole o nei gesti utilizzati per far comprendere gli stati d’animo. In secondo luogo, rende necessario un certo rigore nella gestione dei personaggi stessi nel momento in cui si sta scrivendo, e una riflessione più profonda durante i dialoghi: se il desiderio è quello di evitare effetti sullo stile dell’infodumping, infatti, bisognerà tenere a mente che ad un determinato tipo di stimolo un personaggio risponde con una reazione dello stesso calibro, e una quantità di informazioni altrettanto adeguate. Dialoghi blandi producono risposte altrettanto blande, e questo è impossibile non notarlo se si è uno scrittore minimamente serio.
Per queste ragioni mi sento di dissentire da Scott Card, quando afferma che uno scrittore esordiente spesso si sente più a proprio agio con la tpl e può utilizzarla con maggior facilità, adducendo come ragione il fatto che al giorno d’oggi la tpl è il punto di vista più utilizzato nella letteratura americana. Sulla questione dell’agio posso anche concordare, sul fatto che sia utilizzabile più facilmente no: come Frey, penso che sia più semplice per un esordiente utilizzare la prima persona, perché è quella in cui siamo abituati a vivere e a pensare, e molto spesso le prime storie di uno scrittore o scrittrice in erba sono semplicemente sfoghi personali.
C’è un altro punto importante che non si può ignorare, parlando della tpl utilizzata secondo le “regole”, a mio parere è una nota più che positiva. Essa infatti permette di catturare l’inflessione e il vocabolario del personaggio che stiamo seguendo anche attraverso la voce narrativa, e non soltanto nel corso dei dialoghi. Si tratta di un indubbio vantaggio per la caratterizzazione, oltre che un ulteriore metodo per incrementare l’empatia tra personaggio e lettore. Inoltre, se tenuto presente, questo dettaglio permette anche di chiarire già dalle prime righe di un capitolo o di una scena chi stiamo seguendo, grazie alla differenza stilistica e di vocabolario nella voce narrativa. Per fare un esempio molto semplice e diretto, immaginate la medesima scena vissuta da Ruadhan e da Seff. Chiaramente, la voce narrativa subirebbe dei cambiamenti sostanziali e lampanti.
Come dicevo all’inizio, Donna Levin tratta con dovizia di particolari la questione del punto di vista, e in particolare quella della tpl. Uno dei suoi primi consigli, con cui mi trovo d’accordo, è che l’autore può utilizzare tutti i punti di vista di cui ha bisogno, siano essi due come dieci. La parola chiave, ci dice, è aver bisogno. I punti di vista superflui, io credo, sono piuttosto semplici da individuare, perciò mi limito a riferire questa prima regola senza discuterla oltre, tanto sembra ovvia.
Anche
È necessario che il lettore sappia sempre da che punto di vista sta vedendo la scena. Questo si ricollega ad uno dei primi errori che è più facile fare quando si usa la tpl, ovvero scivolare per un attimo in un punto di vista diverso da quello che stiamo mantenendo in quella scena. Per fare un esempio di quanto sia fastidioso ho preso un passaggio tratto da Nube di passeri di Matsuoka, che credo abbiamo letto tutte (ma, ovviamente, potrei ricordare male come al solito):
Stark udì un fruscio di abiti nel corridoio. Si stava avvicinando qualcuno. I quattro samurai all’esterno s’inchinarono profondamente. Pochi istanti dopo, comparve sulla soglia il nobile Genji, insieme con il comandante della sua guardia del corpo. Dopo aver guardato Emily e Stark, disse qualche parola ai samurai.
Come potete vedere, la scena è raccontata dal punto di vista di Stark, che si trova in una stanza con Emily quando arriva Genji.
[…] Genji sorrise, salutandoli con un lieve inchino. Prima che i due potessero alzarsi, si sedette accanto a loro, in ginocchio, apparentemente senza la minima fatica. Disse qualcosa, poi attese. Stark ebbe l’impressione che li guardasse come se si aspettasse una risposta.
Stark scosse la testa. «Mi dispiace, nobile Genji, ma nessuno di noi due parla giapponese».
Divertito, Genji si rivolse a Saiki, dicendo: «È convinto che abbia parlato in giapponese».
̀«È forse un idiota? Non riconosce la sua lingua?».
«A quanto pare, non nel modo in cui la parlo io. Il mio accento dev’essere anche peggiore di quanto pensassi. Comunque io ho capito lui, ed è già qualcosa». Genji passò di nuovo all’inglese per dire a Stark ed Emily: «Il mio inglese non è molto buono. Vi chiedo scusa».
Stark scosse di nuovo la testa. Non gli venne in mente altra risposta che quanto aveva già detto. «Mi dispiace», cominciò, ma Emily lo interruppe.
Qui mi fermo. Potete vedere da voi quanto insensato sia il passaggio: nella prima parte, Stark ascolta Genji parlare coi samurai. Poiché stiamo vedendo la scena dal suo punto di vista, ci viene riferito che Genji dice “qualche parola” ai samurai. Non sappiamo cosa dica, perché Stark non lo sa: siamo nella testa di un personaggio che non parla giapponese. Quando Genji si rivolge a Saiki, però, noi capiamo cosa gli dice: il lettore rimane disorientato per un momento, perché a causa del brusco cambio di punto di vista si trova a domandarsi in che lingua Genji stia parlando con Saiki. Quando dice “passò di nuovo all’inglese”, sappiamo per certo che eravamo scivolati nel punto di vista di Genji. Un paragrafo dopo, tuttavia, leggiamo non gli venne in mente altra risposta che quanto aveva già detto, e sappiamo che siamo tornati nel punto di vista di Stark. Mi sono fermata qui: avrei potuto continuare all’infinito, perchè il passaggio successivo lo vediamo dal punto di vista di Emily. Vi ricordate che io non ho amato per nulla questo libro, vero? Sospetto di averne appena scoperta la ragione. È un continuo rimpallo da una testa all’altra.
Un altro errore meno grossolano, ma più semplice da commettere, è anch’esso esemplificato dal passaggio di Nube di passeri che vi ho riportato. Quando siamo ancora nel punto di vista di Stark, leggiamo:
Prima che i due potessero alzarsi, si sedette accanto a loro, in ginocchio, apparentemente senza la minima fatica. Disse qualcosa, poi attese.
Se è vero che la tpl permette di catturare l’inflessione e il vocabolario del personaggio, è anche vero che impone una certa attenzione per quanto riguarda i termini: non si possono esprimere concetti con parole che il personaggio avrebbe difficoltà a comprendere o non userebbe mai, e allo stesso modo non bisogna utilizzare riferimenti al personaggio in termini che non hanno senso. In questo caso, se siamo nel punto di vista di Stark e quindi nella sua testa (disse qualcosa ce lo fa capire chiaramente), scrivere prima che i due potessero alzarsi è un errore. Avrebbe dovuto dire prima che loro potessero alzarsi. Stark non penserebbe mai a sé ed Emily come “i due”. Nel mio caso, non posso più riferirmi a Ruadhan come “il ragazzo” o “il bambino” (come facevo nella prima versione) né a Seff come “l’uomo”. È un errore. Sempre secondo la stessa linea di pensiero, purtroppo bisogna tenere a mente che il personaggio non può vedere la propria espressione facciale. Se siamo, ad esempio, nella testa di Stark, non possiamo scrivere “il suo volto si illuminò di gioia”. Stark non può vederlo. Può sentire il volto distendersi, un sorriso comparire, ma dire "il suo volto si illuminò di gioia" evoca implicitamente il fatto di vedere che ciò accade, cosa che il personaggio non può ovviamente fare.
Con questo, credo sia tutto. Ho riflettuto un po’ su come procedere con gli argomenti, e anche se probabilmente una scaletta con un senso logico sarebbe sicuramente l’opzione più ordinata, sono convinta che sia meglio scegliere semplicemente seguendo l’interesse del momento. Dopotutto sono solo chiacchierate informali, non lezioni sulla scrittura. Perciò, se siete d’accordo anche voi, come prossimo argomento pensavo di proporre
Manuali:
- “How to write a damn good novel”, “How to write a damn good novel II”; James N. Frey,
- “Characters and viewpoint”; Orson Scott Card,
- “Scrivere un romanzo”; Donna Levin,


Comments
E passiamo all'articolo. Meno male che hai parlato anche della Levin: la penso più come lei che come Frey o Card, specie quando dice che è possibile passare da un pdv ad un altro a seconda delle scene. Con un limite così - piuttosto che di capitolo in capitolo - penso che potrei prendere più facilmente confidenza con la TPL. Che - concordo con te - non è per nulla immediata da usare.
Vedi il fatto che, anche quando cerco di seguire le vicende restandomene a cuccia nella testa di un solo personaggio alla volta, mi scappa spesso di scrivere "il giovane", riferendomi al personaggio nella cui testa mi trovo.
Attualmente, il mio stile è un guazzabuglio di TPO e TPL.
Hai esposto la cosa con molta chiarezza, complimenti!^^
Quanto al passo di Nube di passeri che hai citato: come ho detto spesso, i cambi di prospettiva non mi hanno mai impensierita, a meno che non fossero davvero, ma davvero, confusi. Leggere la citazione non mi ha infastidita tutt'ora, ma riconosco che sarebbe stato meglio continuare a vedere la cosa con gli occhi di Stark.
Allo stesso modo in cui, a questo punto, in I guerrieri del ramo rosso sarebbe stato meglio che la Llewelynn, nella scena della prima volta di Emer e Setanta, avesse seguito o lei o lui.
Eppure, rileggo quel passo, noto di più la cosa... e vado avanti.
Per alcuni, specie alle prime armi, questo saltare di testa in testa è senz'altro comodo; vedi Matsuoka: se non fosse passato a Genji non avrebbe potuto inserire quel chiarimento sul pessimo inglese del nobile. Da'ltra parte, per altri scrittori, anche di consumata esperienza come la Llewelyn, è evidentemente un elemento del proprio stile; e, altrettanto evidentemente, non pregiudica il successo dell'autore (quindi continuo a dissentire da chi dice che passare da un pdv ad un altro è indice di immaturità stilistica ed espositiva; dipende).
Comunque, per parte mia intendo darmi da fare per evitare questo "errore". Ci sto già provando, in effetti.
Soprattutto, d'ora in poi cercherò di stare in guardia dallo scrivere "il giovane" quando mi riferisco al personaggio che seguo.
T___T Purtroppo, mi viene così spontaneo passare dalla TPL alla TPO... 'nnaggia!
Quanto alla scelta del prossimo argomento, la Premessa va benissimo.
Credo che se leggerai il libro della Levin potrai capire molto meglio la tpl, sa essere molto chiara, a mio parere. Ancor più chiaro è Frey, che scrive uno stesso brano in un modo e nell'altro, e ti fa comprendere dove stia la differenza. Personalmente, non ritengo che il saltare da una testa all'altra sia indice di immaturità stilistica, ma trovo che sia necessaria una scelta. Un libro può essere scritto in TPO, e quindi dirmi tutto ciò che pensa chiunque sia nella stanza, oppure in TPL.
L'importante, per come la vedo io, è la coerenza.
Quindi, per quanto mi riguarda, alla luce del fatto che io per prima ingenero confusione in chi legge zompando da una mente all'altra, farò mia questa regola, per quanto mi sarà possibile. Questo perché, per quanto la ritenga valida, non mi sento di "condannare" chiunque non la usi affatto, penso che sia necessario distinguere fra autore e autore. Ci sono quelli che creano una gran confusione e farebbero bene ad adottarla. E ci sono quelli che, ignorandola o infischiandosene, sono capaci di saltare da un punto di vista all'altro senza ingenerare confusione o fastidio nella maggioranza di chi legge. Khor tu hai riportato come esempio di pessimo uso della TPL dei brani di Nube di Passeri, ma devo ammettere che se non li avessi evidenziati tu, io non ci avrei mai fatto caso, perché avevo trovato lo stile dell'autore molto scorrevole e per nulla confusionario. Lo penso tuttora, per questo non sono d'accordo nel condannare a priori il punto di vista ballerino, ad alcuni autori - pochi sicuramente - secondo me riesce abbastanza bene. Questo non significa che lo approvi, preferisco comunque la TPL vera e propria, stare nella mente di una persona per volta.
continuo a dissentire da chi dice che passare da un pdv ad un altro è indice di immaturità stilistica ed espositiva; dipende
Lo credo anch'io. Passare da un punto di vista all'altro non era forse ciò che accadeva e accade tuttora con la TPO?
Frey definisce la tpl “l’evoluzione moderna della terza persona onnisciente”
Credo che la TPL sia la TPO che si limita alla visione di un solo personaggio per volta, quindi è un tipo di TPO, perché il narratore è sempre e comunque onniscente, conosce la storia e chi ne è coinvolto e quando la TPL diventa nel corso della narrazione TPO, ciò accade per due motivi: un errore dell'autore oppure una scelta consapevole per mostrare due o più punti di vista generalmente opposti senza tornarci più sopra. James Clavell, che in Shoogun è ha magistralmene gestito una marea di personaggi, non ci sarebbe riuscito altrettanto bene senza il punto di vista che salta spesso da una persona all'altra. Ricordo quando Blackthorne si rifiutava di fare il bagno, all'inizio del romanzo, credendo che facesse male alla salute e il capo villaggio lo costringe con le maniere forti pensando a tutti i problemi che gli aveva dato. Più esemplificativo ancora è il confronto fra due culture diverse - quella occidentale rappresentata da Blackthorne e quella giapponese rappresentata da Mariko - sul tema dei rapporti sessuali: quando i due protagonisti ne discutono, l'autore passa da una testa all'altra in continuazione, ma in modo così naturale e fluido che appare del tutto normale. In questo modo Clavell ha messo a confronto due civiltà non solo verbalmente, ma anche spiritualmente, perché non sempre ciò che uno dei due diceva corrispondeva necessariamente a ciò che pensava. Come avrebbe potuto il lettore capire a fondo le due mentalità dell'epoca se l'autore non fosse zompato da una testa all'altra? Usando la TPL sarebbe stato costretto a scegliere uno dei due, dandogli in un certo senso la preferenza rispetto all'altro. Con la TPO li ha messi invece sullo stesso piano e il lettore sa in tempo reale cosa pensano l'uno dell'altra. Con la TPL, Clavell avrebbe dovuto prima mettersi nella testa di Mariko, ad esempio, e in una scena successiva in quella di Blackthorne per far comprendere perché si fosse arrabbiato tanto. O viceversa. Una perdita di tempo, insomma, un allungamento del brodo francamente inutile. Ritengo quindi la TPO necessaria, in casi come questo di confronto fra culture/mentalità diverse. In un romanzo in cui invece tutto è dato per scontato, perché i personaggi si muovono in un ambientazione familiare, è diverso, allora la TPL diventa secondo me uno strumento più efficace della TPO per entrare nella psicologia dei personaggi stessi.
Insomma, tirando le somme, sono favorevole ad entrambi i punti di vista, purché non pregiudichino la scorrevolezza e la coerenza del racconto.
Forse, più che TPO questa è sempre una Terza Persona Limitata ma nello stesso tempo Condivisa, visto che Clavell parla sempre da dentro la testa dell'uno e dell'altra e non li presenta guardandoli da un punto di vista super partes. Potrebbe andare bene se non si hanno più di due personaggi da mettere a confronto tra loro (già tre sarebbero troppi) e in certi casi potrebbe anche renderli più intensi come, appunto, in un dialogo incentrato su sentimenti condivisi da due persone appartenenti a civiltà diverse, che cercano di conoscersi.
Ma, comunque sia, il risultato nel caso di Clavell è ottimo.
Cris, pensi di cominciare a usare la TPL fin dal prossimo capitolo di NRSU?
Assolutamene sì! Ecco perché non bisogna generalizzare, ma distinguere caso per caso.
Cris, pensi di cominciare a usare la TPL fin dal prossimo capitolo di NRSU?
Sì, penso che izierò subito, in modo da allenarmi in vista del romanzo. ^_^ A proposito, questo è un discorso che mi torna comodo per questo post: in Hiken abbiamo a che fare con due culture e mentalità del tutto diverse, che dovranno per forza di cose cercare di venirsi incontro, sarà per me un'occasione per sperimentare al massimo la TPL e vedere fino a che punto posso usarla senza far ricorso alla TPO Condivisa, come la chiama Sam (che mi pare anche corretto).
Quando Frey analizza la questione TPO o TPL, dice quello che hai detto tu: il vantaggio maggiore della TPO nei confronti della TPL è proprio che, in termini di spazio e parole, la TPO è molto più economica e rapida. La TPL obbliga a scrivere di più per esprimere gli stessi concetti. La TPO non ha di questi problemi: se due si stanno preparando per un appuntamento, e io voglio farti sapere cosa stanno facendo entrambi e cosa sentono, con la TPL per forza devo mostrarti cosa fa uno in una scena, e in un'altra mostrarti cosa fa l'altro. Con la TPO no: te lo dico e basta.
Poi, come dicevo sopra, io la vedo come una questione di coerenza, e naturalmente di scelte: una volta che sai come funziona la TPL e la usi correttamente, puoi anche rompere la regola, come ha fatto Clavell. Nessuno mette in dubbio che l'autore non sappia cosa sta facendo: tutti si rendono conto che quella è stata la sua scelta per quella scena, perchè probabilmente sentiva di comunicare meglio così. Nessuno può dire niente. Poteva scrivere quelle due scene mantenendo la TPL pura? ovvio che sì. L'unico svantaggio era che avrebbe dovuto aggiungere qualche scena.
Ah beh, allora ti sconsiglio La profezia della dama Shizuka: lo stile è rimasto quello... XDD
io la vedo come una questione di coerenza, e naturalmente di scelte: una volta che sai come funziona la TPL e la usi correttamente, puoi anche rompere la regola, come ha fatto Clavell. [...] Poteva scrivere quelle due scene mantenendo la TPL pura? ovvio che sì. L'unico svantaggio era che avrebbe dovuto aggiungere qualche scena.
D'accordissimo. La scelta di Clavell è stata indubbiamente consapevole, dettata dal tipo di scene che si apprestava a narrare. E poiché lui è un fior di narratore, sono riuscite benissimo.
Diverso è invece il caso di Matsuoka, che per me rimane nel complesso un buon narratore, ma in base agli esempi che hai riportato non pare proprio aver compreso l'uso corretto della TPL (sempre che la conosca...).